L’attacco di Zingaretti e Mentana ad Acquaroli, candidato del centro destra alle regionali delle Marche, è esemplificativo del livello della politica odierna. Se è chiaro a tutti lo sciacallaggio ridicolo dei sinistri, che inventano presenze e si accaniscono su goliardate, tra l’altro pare manco consumate, è la risposta di Acquaroli che invece non appare chiara. O meglio, lo è, in quanto ormai offuscato da decenni di lavaggio del cervello è l’approccio dei postfascisti a simili accuse di proibita militanza. Ora nessuno pretende che un candidato sappia di storia tanto da rispondere per le rime a questi soloni, facendogli fare una figuraccia, però fa un po’ di comprensibile tenerezza l’imbarazzo del candidato marchigiano. Allora provo a rispondere io per Acquaroli, ben inteso che io non sono né Acquaroli né un politico e che, anzi, dai partiti che contano, di ogni schieramento, ho preso solo e sempre pesci in faccia e me ne vanto.

“Cari Mentana e Zingaretti, non mi nascondero’ dietro un dito perché odio l’ipocrisia. Tutti sanno che tra gli elettori di una certa destra nazionalista, antiatlantista, sovranista e via dicendo, molti, quando si incontrano, si stringono la mano col saluto del legionario e sostengono che dell’esperienza fascista non tutto sia da buttare. Pensano, anzi, che le cose buone furono diverse. Tutti sanno poi che i voti di questi, da sempre, non puzzano, né alcun politico “di destra” ha fatto stampare manifesti con su scritto “se siete un po’ fascisti non votatemi”. Allo stesso modo però non chiedevano la patente di odiatori dei gulag nei 40 anni e più in cui c’era un partito comunista in Italia, prima che la sinistra si trasformasse in partito liberale dell’elite globalista dei quartieri bene delle grandi città.
Ora mi si ammorba con la mia presenza ad un incontro che poi, lo sanno tutti, si sarebbe tramutato in una cena per la ricorrenza della Marcia su Roma, manco fossi andato a un raduno di pedofili, a un incontro a favore dei rinviati a giudizio di Bibbiano o dei protagonisti del Forteto oppure ad un sodalizio di centri sociali in cui si spaccia tranquillamente o, per finire, ad una marcia in difesa degli squartatori “maceratesi” di ragazzine che, si sa, delinquono perché fuggono dalle guerre.
No, era un goliardico revival storico, dove magari figli e nipoti di gente che partecipò a quell’evento e ad altri del ventennio, ricordava i cari parenti defunti.
Ora io non mi farò fregare dalla retorica del male assoluto. Faccio presente che in Italia non si può rifare il partito fascista né fare generica apologia ma che nessuno può impedire a qualcun altro di rileggere aspetti del ventennio al di fuori della propaganda postbellica tuttora imperante. Se io ad esempio dicessi che la riduzione delle ore lavorative settimanali, operata dal fascismo con anticipo rispetto a molti governi democratici, fu buona, non mi si potrebbe certo incolpare di apologia! E questo vale per la riforma Gentile, per la Treccani, per le bonifiche, per le opere di edilizia pubblica e via dicendo. Qualcosadel genere la diceva pure Pasolini, che potete farci?
Ecco, allora guardiamo a cosa fu la Marcia su Roma, su cui forse qualche parola, tra una penna all’arrabbiata e un arrosto di vitello, alla famigerata cena sarà stata spesa.
Innanzitutto fu cosa da poco, non cruenta, che se il re avesse voluto fermare, avrebbe spezzato in un attimo. Mussolini disse infatti che la presenza stessa delle camicie nere era la prova che un governo in Italia non c’era già più e che quindi bisognava, tra scioperi, serrate, sommosse e vendette, riportare l’ordine sociale. Il fatto che il re non firmo’ lo stato d’assedio è in tal senso significativo. Lo squadrismo già c’era, ed era violento, e la Marcia fu semmai il tentativo di tenerlo a freno organizzandolo.
Le prove generali della marcia si svolsero al teatro di Napoli dove le camicie nere furono omaggiate anche da rappresentanti di altri partiti. Il presidente della Camera De Nicola recapito’ i suoi auguri, Croce applaudi’, lo stesso fecero Abbagnano e Castellano.
Anche il gran massone Palermi appoggiava l’impresa.
Il governo partorito fu poi di unità nazionale, con soli 5 fascisti tra i 15 ministri. Il duce rinunciò obtorto collo a Luigi Einaudi che aveva proposto all’economia. Giovanni Giolitti parlo’ molto bene del governo, così come Giovanni Amendola, entranbi consci dell’importanza di riportare la legalità. Nitti, Kulisciov e Salvemini inneggiarono alla pacificazione raggiunta e il Corriere dela Sera approvava il programma senza riserve. Con soli 35 fascisti in parlamento il programma fu votato da 306 onorevoli, al Senato da 196, con soli 16 contrari. La disoccupazione crollo’ e in breve si raggiunse il pareggio di bilancio con il liberale De Stefani. Poi il reddito aumentò del 20% e il debito pubblico fu azzerato. Einaudi applaudiva.
Allora di che parliamo, cari Zingaretti e Mentana? Vogliamo sostenere che già c’erano le leggi razziali e la campagna di Russia in cantiere? Allora nella Rivoluzione d’Ottobre c’erano i milioni di morti e la Primavera di Praga? Mille volte più plausibile!
Insomma, la storiografia fatta con i piedi e i paraocchi deve essere abbandonata, è giunta l’ora. Che le persone siano libere di pensare, dire e commemorare quello che gli pare!”

È ora di finirla con questo antifascismo in assenza di fascismo, anche se a piegarsi ad esso è proprio quella “destra” che forse non ha gli strumenti culturali né comunicativi adatti.
Io, che non sono né un politico, né di destra, vorrei avvertire Acquaroli e chi si trova nella sua posizione: non concedete al progressismo e al totalitarismo democratico la scelta delle armi e il luogo del duello. Oltre che essere brutto, sarebbe suicida.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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