Quando sentiamo Norimberga, in Italia come nei paesi al di fuori della Germania, pensiamo subito ad un fatto storico ben preciso. Difficile che si pensi all’iconica chiesa di San Lorenzo o alla Fontana Bella. Subito, ci sovviene il processo ai gerarchi nazionalsocialisti culminato con la loro condanna a morte. Almeno alla maggior parte di noi, ma ad ogni modo è arduo non averlo mai sentito nominare, anche come termine di paragone nella comune cronaca giornalistica nazionale. E immediatamente lo riconosciamo come un evento da classificare come positivo, una rivincita dell’umanità dalla barbarie nazionalsocialista, con un auspicio che abbia sepolto le folli pratiche nazionalsocialiste assieme ai loro perpetratori. In Italia ci sono fior di trasmissioni che lucrano – o proprio nascono e vivono – sui processi e sulle loro dinamiche. Il paese si divide in giustizialisti (ma sarebbe meglio colpevolisti?) e garantisti (o innocentisti?), tant’è lungo, animato e complesso il dibattito circa i maggiori casi di cronaca nera nazionale. Spesso gli indagati vengono addirittura idealizzati da orde di pasionarie, magari un po’ imperniate sulla cara e sempreverde sindrome di Stoccolma.
Ma, tornando a noi, per Norimberga non ci poniamo domande. O meglio, non la stragrande maggioranza di noi. Non esiste anche solo pensare né tantomeno ammettere che sia la sentenza a poter essere errata, che siano i giudici che abbiano preso un abbaglio, che siano i condannati i reali esecutori dei fatti commessi, che sia giusta o meno l’asprezza della pena che abbiano ricevuto. Nessuna incertezza: non è ammessa. Pensare il contrario sarebbe come assolvere il nazismo dai crimini causati e dalle milioni di morti connesse. Norimberga, sineddoche del relativo processo, deve essere un evento orgogliosamente positivo, un vanto, uno spartiacque fra i due quarti di secolo più cruenti e sanguinosi della storia dell’umanità ed il futuro, il progresso, l’armonia, l’unione sociale. I gerarchi hanno giustamente pagato con la loro vita gli indicibili crimini della Germania hitleriana. Per sintetizzare, l’esito del processo altro non viene considerato che come il trionfo del bene sul male, sia sul male fisico ma soprattutto sul male ideologico, o ciò che come tale viene visto. O alla peggio il processo è visto come una catarsi necessaria al progredire della
storia.
Ma tale visione rappresenta la verità o è frutto di impulsi giustizialisti verso la metastasi nazionalsocialista? Quanto sappiamo fino a fondo del processo e delle relative dinamiche? Anzitutto, i rappresentanti delle nazioni alleate potevano essere giudici legittimati per giudicare i loro nemici vinti? I crimini contro l’umanità e contro la pace internazionale erano effettivamente capi d’accusa a livello individuale a quel tempo? Gli imputati hanno ricevuto un equo processo, sono stati rispettati i princìpi legalitari? Al tempo di Norimberga la guerra era già conclusa e la storia già scritta.
Gli osservatori più acuti avrebbero potuto immaginare che i risultati del processo sarebbero stati comunque epocali ed avrebbero prodotti precedenti per le generazioni successive. D’altro canto, Taylor stesso, un giurista americano che partecipò al processo, ammise in più riprese che i processi di Norimberga (ne furono dodici, per la precisione, i restanti condotti contro gerarchi di minore importanza, tra cui i medici dei campi di sterminio) non fossero stati concepiti con un’azione continuativa ma un episodio che avrebbe lasciato un enorme passo nella crescita nel diritto internazionale.
Era questo l’obiettivo statunitense fin dal principio ed il motivo per il quale fossero proprio gli americani ad aver insistito sulla necessità di un processo, placando la sete di sangue sovietica.
I giudici venivano da quattro nazioni, le vincitrici: Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito e la Francia. Come mai non furono anche invitati quantomeno rappresentati di nazioni neutrali, che siano state Portogallo, Svizzera o Svezia? La giustizia non può essere definita tale quando ad amministrarla è una parte. Quando succede ciò, gli imputati possono solo sperare nella correttezza della corte, ma non nella imparzialità di quest’ultima. I giudici erano nominati dai governi stessi e questi ultimi erano chiamati a rappresentare: ognuno faceva gli interessi del proprio paese, un paese che stava occupando la Germania sconfitta. Non è un buon inizio per un processo che mirava ad essere un caposaldo del diritto
contemporaneo. I più griderebbero al conflitto di interessi se un ladro entrato a casa mia venisse giudicato da un mio familiare o un mio coinquilino.
Era chiaro fin da subito che il tribunale non aveva alcuna parvenza di neutralità né tantomeno un minimo interesse a sembrare tale. La corte, a dispetto della volontà di apparire legalmente giustificata alla luce delle atrocità commesse, altro non era che un tribunale militare che pretendeva di giudicare i vinti. Alcuni imputati, come vedremo, mossero questa accusa. La risposta della corte fu, in breve, che essi avrebbero dovuto essere grati poiché un tribunale stava giudicando le loro azioni ed essi avessero l’opportunità di difendersi e di esprimere critiche verso le modalità.
E nella giuria stessa appariva gente di dubbia moralità: il rappresentante sovietico Nikitchenko era stato già giudice, nei tribunali del popolo delle grandi purghe staliniane che avevano mandato a morte centinaia di migliaia di innocenti senza prove alcune. Non esattamente la persona modello adatta ad esprimere i valori morali che da Norimberga sarebbero dovuti scaturire. Anche l’altro sovietico, il generale Rudenko, dal banco degli
accusatori portava come prove dei crimini nazionalsocialisti in Polonia il massacro di Katyn, compiuto dagli stessi sovietici – accusa determinante per la condanna alla pena capitale a Kaltenbrunner, gerarca delle SS, ed a Rosenberg, ministro delle zone occupate. Tutto ciò senza pudore alcuno: persino gli altri rappresentanti delle nazioni alleati provarono imbarazzo nel sentire l’accusa di Rudenko, dato che già a quel tempo sussistessero
fondati sospetti sui reali perpetratori dell’uccisioni indiscriminata di migliaia di ufficiali alti graduati polacchi. Senza considerare l’appoggio iniziale dei partiti conservatori angloamericani ai movimenti autoritari in Italia prima e Germania (e Spagna) dopo, visti come stabili fari dell’anticomunismo. Mussolini continuerà ad essere pubblicamente elogiato, così come le sue azioni (propagandate nei cinema d’oltreoceano), fino
ad addirittura il 1935, anno di invasione dell’Etiopia. E le politiche di accomodamento all’espansionismo nazionalsocialista contribuirono all’ingordigia territoriale tedesca, sfociata poi nel conflitto mondiale.
Il cavillo più evidente fra tutti, già affrontato poco sopra e non a caso tastato sin dall’inizio dall’avvocato di Göring, l’anziano Otto Stamher, fu che non c’era alcuna legge che condannava gli atti compiuti dagli imputati e pertanto nessuna parvenza di reato. Le leggi non possono essere retroattive, come dirà la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo solo un paio di anni dopo. Dura lex, sed lex, diceva Socrate nel IV secolo avanti Cristo. Ma in questo caso, la lex dov’era? Non c’era alcuna legge internazionale unanimemente riconosciuta che i nazionalsocialisti potessero aver violato, non avendo aderito ai trattati della Società delle Nazioni. Il prosecutore Jackson arrivò a citare Caino come esempio di punizione di atti immorali a prescindere dalle leggi scritte (tralasciando l’immediata arma a doppio taglio che tale paragone potesse rappresentare); con tale affermazione il procuratore imponeva la supremazia della Common Law anglosassone (basata molto sui precedenti) sul diritto tradizionale romanico-europeo, come ulteriore ingerenza tipica di un invasore che di un amante platonico e disinteressato della Giustizia. E ad ogni modo, chi decide quali atti possano entrare nel registro di azioni amorali? Fino a dove essere si sarebbero potute spingere e cosa avrebbero potuto includere? Chi può assumersi la
responsabilità di dare una definizione di natura umana, elemento imprescindibile alla formulazione di tale accusa, arrivando persino ad autoassolversi da tale ruolo con la giustificazione che la legge non è statica ma in una specie di moto perpetuo che risponde alla e segue la moralità umana?
È qui che risalta la drammatica situazione che mette a luce l’inconsistenza di tutta la corte in pieno. Quest’ultima non è che un Giano bifronte che legisla ed allo stesso tempo accusa, giudica e condanna di conseguenza: non essendoci legge scritte antecedenti la guerra che stabilissero i modi di violazione e le entità di punizione per i reati, chi si arroga il diritto di enunciare le leggi e per i più le relative sanzioni, specie quando queste ultime
coincidono con la pena capitale? Ancora più grave è la mancanza per natura processuale della possibilità di ricorso e di appello agli esiti giudiziari: non ci può essere un vero processo se non si prende in considerazione l’ipotesi di errore processuale, specie appunto quando c’è in gioco una vita umana. Oltretutto l’articolo 21 dello statuto di Norimberga stabilisce che tra le prove per la definizione di reato di crimini contro l’umanità erano ammesse anche solo notizie, meri indizi. I sovietici approfittarono di questa evidente falla normativa montando il numero di morti a causa delle stragi nazionalsocialiste in milioni, ma quale tribunale è mai stato così fiducioso della parola di testimonianze non oculari e così poco affidabili?
Le atrocità commesse durante il conflitto anche dal lato dei vincitori contavano o meno? Era evidente che fosse stato aperto un enorme vaso di Pandora, un argomento complicatissimo da infiniti dibattiti filosofico-giuridici circa la propria liceità, situazione che si addice ben poco alla fretta di un processo come quello di Norimberga, città scelta tra l’altro solamente per poche effettive ragioni: oltre ad essere stata la città delle adunate hitleriane era una terza via fra Monaco (sostenuta dagli alleati) e Berlino (sostenuta dai sovietici) ed una delle poche città tedesche ad ospitare un palazzo della giustizia ancora sostanzialmente integro corredato da alcuni edifici intorno adatti ad ospitare l’enorme flusso di persone che un
processo mediatico (certamente un antesignano di quelli moderni in questo senso) del genere avrebbe movimentato.
D’altronde i capi d’accusa davano atto a molti dubbi ed interpretazioni, sino ad arrivare al risibile: il primo atto di accusa di complotto, complotto contro l’ordine mondiale al fine di costituire il millenario Reich. Come poteva un’azione di guerra, per quanto umanamente spregevole possa essere, rientrare nel complotto? La necessità di conquista dello spazio vitale era per caso solo una prerogativa tedesca? E soprattutto, complotto verso quale ordine precostituito? I sovietici che volevano esportare il comunismo in tutto il mondo rientravano o meno in tale accusa? E l’America dei decenni successivi al processo? La seconda accusa, crimini contro la pace, lasciava adito a simili interpretazioni: si voleva condannare la Germania per aver mancato di rispetto a dei trattati che non era tenuta a rispettare, avendo abbandonato la Società delle Nazioni e quindi essendo esonerata dal rispetto degli accordi di Kellogg–Briand, firmati da un governo di quello che potenzialmente era persino un altro stato, inteso come forma, rispetto alla Germania nazionalsocialista, non essendoci il Reich a quel tempo. Tra l’altro il reato di crimine contro l’umanità come previsto da Norimberga collegava strettamente l’accezione di reato con contesti di guerra: ad esempio le azioni intimidatorie e violente contro gli ebrei avvenute prima dello scoppio del conflitto non ricadono nella giurisdizione del tribunale. Siamo insomma dinanzi ad una proto-versione di questo nuovo reato, espresso in tutta la sua imprecisione ed ambiguità.
I processi hanno anche leso l’ordine della nuova Germania democratica ponendola suddita degli occupanti vincitori anche di reati commessi nella giurisdizione tedesca, additando proprio lo status di occupazione subìto dalla Germania. E ciò non è che l’anticamera della perdita di sovranità che sperimenterà sin da subito lo stato tedesco (così come gli altri perdenti in primis, Italia e Giappone) e dell’instradamento alla condizione di sudditanza che sarà poi consolidata col piano Marshall, come analizzeremo dopo. E questo tralasciando che l’esistenza stessa di una corte preposta al giudizio sui crimini contro l’umanità implica una cessione di sovranità verso organismi superiori e pertanto consegna l’amministrazione della
giustizia nelle mani di enti terzi, comportandone le possibili conseguenze. Molto connesso al concetto di sovranità è quello della responsabilità criminale personale. La sovranità nazionale non sarebbe stata accettata come difesa a Norimberga, né l’aderenza a ordini di superiori. In precedenza, il diritto criminale domestico ed il codice civile avevano affrontato la responsabilità individuale, ma non era mai stato applicato in casi dove uno stato condannava azioni contro i suoi cittadini. Ed è ciò la ragione per cui Norimberga portò alla sostanziale prescrizione dell’estensivo corpo di leggi sviluppato per proteggere tutti gli individui dagli abusi dei loro stessi governi. È il diritto internazionale stesso che va oltre le capacità di uno stato di diritto. Ciò porta proprio alla negazione dell’idea di responsabilità di comando e la diretta conseguenza di poter sollevare azioni penali su individui non è che mettere in questione la condotta di chiunque abbia avuto un ruolo ancorché indiretto con la vicenda affrontata.
Le due accuse finali furono crimini di guerra e contro l’umanità. Anche qui, chi è tenuto a giudicarli? Se l’obiettivo fosse stato un processo alle atrocità della guerra, perché esso avrebbe dovuto vedere seduti solamente i gerarchi nazionalsocialisti nel banco degli imputati? Nelle guerre sono sempre stati commessi crimini efferati, all’apparenza giustificati dal contesto. Ma nessun paese si era accollato il dovere di giudicare gli autori di
tali crimini per dare una ferma risposta ad essi e mettere gli autori di fronte alle loro responsabilità agli occhi del mondo. Non l’aveva mai fatto nessuno perché nessuno in guerra è mai esule da efferatezze. Nessuno. Nemmeno nelle guerre dei caschi blu sponsorizzate dall’ONU al giorno d’oggi. Sangue chiama sangue.
I giudici infatti rifiutarono dismettendo immediatamente le difese dei tedeschi che miravano al tu quoque, evitando persino di formulare accuse che potessero suscitare ambiguità e portare ad una corresponsabilità tra le parti. Ma i tedeschi sapevano benissimo che una nazione in particolare fra quelle che si permettevano di occupare il banco degli accusatori – la Russia staliniana – aveva mandato a morte milioni di persone ed ordito addirittura un genocidio etnico contro il popolo ucraino, riducendolo alla fame ed alla miseria per essere stata una roccaforte anticomunista. Eppure oggi solo i più esperti di storia conoscono il significato della parola Holodomor, quando tutti conosciamo il ben più noto termine Shoah. E senza ricordare gli indiscriminati bombardamenti a tappeto delle città tedesche, Dresda con le sue trenta-quaranta mila vittime su tutte. Era chiaro a tutti che nessuna delle parti in tavole fosse senza peccato, ma questo aspetto fu volutamente ignorato al fine di concludere il processo. Solo pochi imputati riuscirono a dimostrare il tu quoque, tant’era ovvio e palese, e di conseguenza a ricevere una condanna ben più mite di quella riservata alla maggior parte degli altri; su tutti l’ammiraglio Doenitz, capo di stato tedesco dopo il suicidio di Hitler, che con fermezza difese la tattica di guerra sottomarina dei tedeschi, accusati anche di pirateria, dimostrando come fosse identica a quella dell’ammiraglio americano Nimitz. E quest’ultimo non poté che confermare gli affondamenti indiscriminati di mercantili giapponesi, senza preavviso alcuno. Mentre Göring, numero due del Reich
(l’imputato più cosciente sin dall’inizio dell’epilogo che sarebbe toccato a gran parte di loro – tra l’altro il processo di Norimberga formalmente era a carico di “Göring ed altri”), era interrogato dal prosecutore Jackson, che lo stava affrontando sul riarmo “segreto” dei tedeschi, Göring rispose sorridendo con la sua solita baldanza: “Non mi ricordo che voi abbiate annunciato la vostra mobilitazione sui giornali”. Ovvio che no. Ma il processo non consentiva, per natura, tale tipo di osservazioni. Molto importante è considerare la valenza simbolica degli imputati: Streicher incarnava l’antisemitismo, Jodl e Keitel il militarismo tedesco, Schacht e Funk erano il simbolo del capitalismo nazionalsocialista. Altri due
imputati, Frietzsche e Reader, parteciparono al processo solamente perché i più alti in grado tra gli ufficiali catturati dai sovietici che volevano aggiungere qualche imputato al calderone già adeguatamente riempito dalle altre potenze alleate. Insomma non importavano le persone, ma le idee che rappresentavano.
« Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali! »
Tali parole non furono pronunciate da un folle esaltato ufficiale delle Einsatzgruppen sul fronte ucraino, ma bensì al rispettato generale Patton il 27 giugno del 1943, galvanizzando gli uomini della 45esima Divisione di fanteria in vista dello sbarco in Sicilia. Ed i soggetti sottointesi della frase sono in realtà i soldati italiani combattenti nella Sicilia meridionale. I militari americani presero il loro generale in parola: solo a Biscari, in provincia di Ragusa, ottantotto tra militari e civili italiani furono barbaramente fucilati e poi finiti. Gli autori materiali di queste pene pagarono con pene risibili (non meno della sorte che toccò a chi, più di mezzo secolo dopo, fece precipitare una funivia con a bordo venti persone per puro
divertimento). L’autore morale, il generale Patton, non pagò mai per tali parole e prontamente le giustificò, vendendole per discorso di incitamento alle truppe. Tutto ciò in pieno contrasto con i valori del processo di Norimberga: nessuno tra i gerarchi imputati aveva ucciso direttamente e commesso stragi. Ma al banco degli imputati sedevano solo gli autori operativi e morali di tali massacri. Per la prima volta la giustizia imputava un
individuo per le condotte di una organizzazione, se non di uno stato: furono difatti condannate quattro organizzazioni, ovvero il partito nazionalsocialista, le SS, la Gestapo ed il sindacato unico nazionalsocialista, il Fronte tedesco del lavoro, presieduto da Robert Ley (si dice tra l’altro che il cognome contenesse una v tra le ultime due lettere, prontamente rimossa per evitare analogie con uguali cognomi ebrei), reo di aver reclutato milioni di prigionieri per il ministro degli armamenti Speer (poi invece assolto!) al fine di mandare avanti la relativa industria tedesca, nonché l’averli ridotti in schiavitù.
I nazionalsocialisti sono stati puniti non solo per atti di certo non illegali al tempo in cui furono commessi, ma persino lodevoli sotto il nazismo. In altre occasioni erano invece come obbligati, pena la carriera se non la loro stessa vita (non a caso sarà il leitmotiv di giustificazione da parte della maggior parte degli imputati). Il processo oltretutto si basa sull’assunto che fosse obiettivo fondante dei nazionalsocialisti, sin dagli albori del movimento, la soluzione finale verso gli ebrei. In realtà Hitler non aveva mai parlato di sterminio di massa, nei programmi iniziali gli ebrei sarebbero dovuti essere semplicemente espulsi dal Reich. È realistico immaginare che lo scoppio del conflitto abbia distrutto tale opzione per ovvi motivi logistici, pertanto il regime scelse di optare per la soluzione finale a partire dal 1942, usando metodi fino a quel momento sperimentati solo per un anno e mezzo col piano Aktion T4, il programma eutanasia poi sospeso. E su questo tema la visione degli storici lascia spazio a molte interpretazioni: molti storici importanti come Mommsen ritengono che Hitler fosse in realtà un dittatore abbastanza debole, fino al punto di essere poco informato, se non per certi versi all’oscuro (come molti gerarchi) delle aberrazioni che accadevano all’interno dei campi. L’Olocausto potrebbe invece essere un prodotto della rigida struttura della burocrazia tedesca e di qualche esponente statale quale Eichmann, che riuscirà a scampare da Norimberga con l’aiuto della diocesi di Bressanone che gli fornì un documento falso, fin quando non sarà catturato dai servizi segreti
israeliani sul suolo argentino. E non dimentichiamo che alcuni esponenti nazionalsocialisti che avevano tramato l’assassinio di Hitler fin dai primi anni del governo, compresero che fosse sostanzialmente inutile: Hitler era la conseguenza, non la causa. L’antisemitismo era in netta crescita dalla seconda metà del XIX secolo ed uccidendo lui, un altro Fuhrer avrebbe preso il suo posto, con molta probabilità. E questa riflessione si collega in maniera clamorosamente lucida anche alle ventate populiste che negli anni recenti soffiano nel mondo occidentale.
In conclusione, è evidente che il fine del processo di Norimberga, oltre a creare un precedente per le generazioni future, fu nell’immediato quello di ottenere una vendetta legale e legalizzata sui vinti. E la giustizia altro non fu che quella imposta dai vincitori. Il diritto internazionale non è mai libero dalla politica e dalla società, come qualsiasi altra cosa, ed è nient’altro che un’illusione velleitaria credere l’opposto. E come i “princìpi”
animatori di Norimberga furono ispiratori della Corte penale internazionale de L’Aia, essa da Norimberga non ha che ereditato anche tutte le imperfezioni e le fallacie che hanno animato e scandito sin dall’inizio tale processo. Oggi i paesi che siedono nel consiglio permanente di sicurezza dell’ONU hanno il potere di riconoscere come giustificato un intervento militare, e tali nazioni potranno mai accettare decisioni che possano ledere
il loro status internazionale?
Norimberga non è stato altro che un metaprocesso, titolo che non a caso ho scelto di dare a questo saggio. Una finzione teatrale di processo. Gli imputati altro non erano che inermi pedine di una trama già scritta. D’altronde il prosecutore americano Jackson arrivò a citare il Re Lear di Shakespeare nell’arringa accusatoria: “Se voi, signori della Corte, doveste dire che questi uomini non sono colpevoli, sarebbe come dire che non c’è stata una guerra, non ci sono cadaveri, non c’è stato delitto”. Era ovvio sin dall’inizio che non si sarebbe giunti ad un esito diverso dalla condanna, almeno per gli imputati più importanti. Göring, dalla quale forza e vitalismo è difficile non essere attratti, fu non a caso sempre il primo a capire che
tutte le lungaggini processuali non si dimostrarono che una farsa e che la difesa degli imputati a nulla sarebbe servita per migliorare la loro sorte. Un processo che aprì un pericolosissimo precedente, arrivando a giustificare la vendetta come accettabile e razionale frutto di un oculato processo di ricerca della giustizia. Un processo tanto caro ai liberali popperiani di oggi, che hanno loro a caro il cosiddetto paradosso della tolleranza del
filosofo austriaco, che implica violenza ed intolleranza. Una vera e propria violazione dei principi liberali e dei loro riflessi gnoseologici.
Non dimentichiamo che una volta spartita la Germania ed avviata la guerra fredda, nel giro di qualche anno i nazionalsocialisti che erano passati indenni ai processi ricevettero un’amnistia a tutti i loro crimini (com’era già successo in Italia nel 1946): segno che agli americani dei crimini perpetrati importava molto relativamente, perlomeno solo limitatamente al fatto che fossero stati commessi da nemici che avevano sconfitto. Qualche ex gerarca secondario venne addirittura riciclato e tornò al governo in funzione anti-comunista, in virtù della propria esperienza; coronando ordunque il pensiero di Speer, radicalmente opposto all’operazione Nerone ordinata da Hitler per compiere terra bruciata della macchina produttiva tedesca: per l’urbanista nazionalsocialista, sarebbe servita dopo l’inevitabile sconfitta in funzione anti-sovietica.
Il processo di Norimberga non rappresenta che il trionfo del giusnaturalismo sul diritto positivo e sviluppa un becero connubio fra militarismo e umanitarismo apparente coniugando il peggio di entrambi i mondi: ha unito la cieca e sorda barbarie di derivazione sovietica a quel principio di legalismo che gli americani hanno voluto dare con l’iter processuale. Meglio sarebbe stato, da un punto di vista puramente estetico, la fucilazione
immediata di tutti i principali (e non) gerarchi nazionalsocialisti, proprio come voleva Stalin sin da ben prima della fine del conflitto con i cinquantamila nazionalsocialisti da fucilare sommariamente, ragione del suo brindisi a Teheran nel 1943 che tanto sdegno destò in Churchill e Roosevelt. Sarebbe stata la pietra finale sopra una scia irrazionale di morti ed uno dei periodi più infimi della storia dell’umanità. E invece con un processo farsa si è andato a cementare il mondo imposto dal dopoguerra in poi. Norimberga rappresenta veramente uno spartiacque, solamente non nel senso comune di come lo si intende: è uno spartiacque tra una società arcaica, violenta, irrazionale quanto vitalista, idealista ed essenzialista ed un’altra società razionalista, costruttivista, conformista, monovalorista, grigia. È l’ante litteram naturale dell’imposizione del pensiero unico della società contemporanea, è l’assassino delle culture nazionali, senza alcun fine iperbolico: obiettivo degli americani era la colpevolizzazione collettiva del popolo tedesco. Eisenhower ordinò che esso non avrebbe dovuto celebrare il ricordo del fallito attentato ad Hitler del ’44 perché avrebbe leso l’immagine di colpa collettiva; migliaia di tedeschi furono costretti a sfilare tra cadaveri in decomposizione poiché in qualche perverso modo considerati responsabili di tutto ciò. E, fatto più simbolico che altro, nel nuovo stato tedesco venne abolito il grado massimo di Feldmaresciallo, creato nel Sacro Romano Impero e di uso comune negli stati tedeschi del XVI-XVII secolo, solo per l’analogia ai gerarchi
nazionalsocialisti. E ciò ha creato nel popolo tedesco, che all’Europa ed al mondo ha dato come pochissimi altri in termini filosofici, poetici, musicali e culturali, un pericoloso complesso di inferiorità ed anti-patriottismo più vivo che mai anche nelle recenti generazioni a distanza di oltre settant’anni: solo il 18% dei tedeschi combatterebbe per la difesa della propria nazionale, penultimo dato in Europa (Gallup International 2015).
Abbiamo venduto l’autodeterminazione di un popolo col benessere economico, ed ora che stiamo dando per perso definitamente il primo, vediamo andare via sotto i nostri occhi, in maniera lenta ma inesorabilmente costante, anche il secondo. Tutto questo in nome di un ideale globalista che è propagandato come virtù, e giunge a derubricare come ignorante chi prova a non conformarsi con tali dettami. La società attuale è tutto fuorché il migliore dei mondi possibili, ed è una società figlia dei “princìpi” che avevano animato Norimberga. Ci siamo dimenticati che, come sosteneva Hobbes, Auctoritas, non veritas facit legem. Le leggi sono fatte dall’autorità (o meglio da chi la esercita), non dalla verità, intesa come realtà. Questa frase va sia impostata come conclusione fondamentale a questa disamina del processo di Norimberga (come detto all’inizio più volte – chi si arroga il diritto di approvare certe leggi se non chi esercita l’autorità? E chi ci si assicura la legge non venga plasmata a loro vantaggio?) sia come spunto di riflessione per l’attuale società ed il futuro che ci aspetta. Le leggi che regolano la società non sono l’espressione dogmatica di una tecnica infallibile, nemmeno nei casi in cui ci farebbe piacere crederlo, ma solo la riflessione del pensiero dominante in quel, e nel nostro caso questo, determinato periodo storico. Ed è questo che non va dimenticato. Mai.

Bibliografia e fonti
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Mayda, I dossier segreti di Norimberga. Interrogatori e documenti del processo

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